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Rieducare alla comunicazione

Rieducare alla comunicazione

Dott. Emiliano Tognetti

L’autore
L’intervento è stato curato dal Dott. Emiliano Tognetti. Di professione giornalista, si è laureato in Psicologia Sociale e delle Organizzazioni, con tesi in Psicologia della Comunicazione, presso l’Università degli Studi di Firenze nel luglio 2010.
Attualmente svolge la sua attività formativa post-laurea presso l’U.F.S.M.A. dell’ASL 2 di Lucca, dove dirige con gli utenti della salute mentale il periodico web “Carta n°0” www.associazionearchimede.org/cartazero Nel 2011 ha partecipato alla XVIII edizione del master in “Comunicazioni, Banche ed Assicurazioni”.

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Introduzione
“Stiamo seduti a guardare la TV mentre il nostro telecronista locale ci dice che oggi ci sono stati 15 omicidi e 63 reati di violenza come se tutto questo fosse normale! Sappiamo che le cose vanno male, più che male, è la FOLLIA. È come se tutto dovunque fosse impazzito così che noi non ne usciamo più. Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo. E diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti, per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente, ma lasciatemi tranquillo…”. Beh io non vi lascerò tranquilli, io voglio che vi incazziate, non voglio che protestiate; non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore perché non saprei cosa dirvi di scrivere… io so soltanto che prima dovete incazzarvi, dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana, la mia vita ha un valore!” [dal film “Quinto Potere” di S. Lumet, 1976]

Parole forti, non c’è che dire. Parole famose di un film tanto importante quanto messo a tacere nelle video-teche di mezzo mondo. Dal film “Quinto potere” ho scelto questo monologo di Howard Beale (interpretato da Peter Finch), che risulterà essere l’unico uomo ucciso (nel film) soltanto perché aveva un basso indice d’ascolto. Sidney Lumet (1924-2011) negli anni ’70 aveva centrato nel suo film un tema più rilevante oggi di allora: come, cosa comunichiamo e quanto la realtà intorno a noi influenza il nostro modo di vivere senza che noi alziamo alcuna difesa. In quest’articolo tenterò di dare un contributo, spero non scontato, su un argomento oggi inflazionato: la comunicazione. Vorrei scrivere sulla “ri-educazione alla comunicazione”.

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Domanda provocatoria: sapete qual è oggi il mestiere che crea più disoccupazione? Quello che da meno sbocchi professionali perché il mercato è più che saturo? L’esperto di comunicazione.
Agli angoli delle strade, sugli articoli di giornale, sui canali televisivi o nel mondo digitale di internet, troverete ad ogni passo un esperto di comunicazione: comunicare con l’immagine, comunicare con i suoni, comunicare con la pancia, comunicare senza parlare, comunicare con il non verbale, società della comunicazione di massa…. Basta!
Quando gli esperti di comunicazione “spuntano come funghi”, significa che in molti casi siamo di fronte a semplici ripetitori d’idee altrui, che spesso non hanno approfondito un tema tanto delicato quanto importante.

Quando il circo delle ovvietà si mette in moto, molti sono i pagliacci che scimmiottano veri esperti di un campo fondamentale per la vita umana.
In base alla mia esperienza, mi considero un allievo che ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno usato la testa nella loro formazione professionale e, con l’arte della maieutica, son riuscite a tirare fuori qualcosa di buono da questa mente. Se alla fine del testo sarete ancora svegli e vi sarà rimasto qualcosa dentro, allora avremo fatto un buon lavoro: i miei professori ad insegnarmi, io a capirci qualcosa e a trasmetterlo e voi a comprendere le mie parole. Comunque vada, sarà un successo!

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Prima di intenderci su cosa sia la comunicazione, forse è bene porsi questa domanda: che cosa non è la comunicazione?

Si dice spesso, e non a torto, che l’uomo è un comunicatore, che si comunica anche quando stiamo in silenzio, che si comunica con il corpo, con il linguaggio para-verbale, con il non verbale, con le parole, che si parla spesso e volentieri a sproposito ed altro, ma quante di queste affermazioni sono vere?
O meglio quante di queste asserzioni sono verità scientifiche e quante sono luoghi comuni, divenuti veri soltanto perché replicati all’infinito da vari soggetti, istituzionali e non, e son diventati verità in base “all’alto” principio sofistico e (non) scientifico che “un’affermazione ripetuta molte volte alla fine diventa vera, anche se è falsa?”
Non vorrei generare equivoci professionali: non che il linguaggio non verbale, quello para-verbale, il linguaggio delle emozioni o quello semantico o semiotico delle parole non siano importanti, anzi.
Quella che intendo rimarcare è l’importanza di considerare l’insieme dei vari aspetti in una sintesi che è superiore alla somma dei contributi che ciascun aspetto porta con sé.

La cornice che da significato al tutto è il contesto. Contesto e contenuto sono come un quadro e la sua cornice, insieme fanno l’opera d’arte, ma il quadro senza cornice perde il supporto al quale sta al muro e la cornice senza il quadro è inutile perché vuota.
Quadro e cornice hanno bisogno poi di chiodo e muro per essere sostenuti, altrimenti non possono essere esposti. Linguaggio e soggetti hanno bisogno del contesto e della comprensione dell’intero processo per essere intesi nel loro significato più vero e non essere fraintesi.

La comunicazione non dovrebbe considerare prevalente uno di questi aspetti rispetto agli altri: si fanno, a tal proposito, varie ipotesi di percentuali su quanto pesi in un atto comunicativo questo o quell’aspetto.
Alcune teorie affermano che nella comunicazione il 7% del peso è dato dal contenuto della stessa, (le parole ecc.), il 38% dal para-verbale (il tono della voce, il timbro ecc.) e il 55% rimanente è riferibile al cosiddetto non-verbale – postura, gesti involontari ecc. (1).
Peccato che, dando così tanta importanza al para-verbale e al non verbale in un’ ipotetica analisi, io rischio di perdere il contenuto reale di ciò che mi viene detto. Spesso, prestando attenzione al contenuto del discorso, si riescono a cogliere sfumature e gradazioni che altrimenti passerebbero senza lasciare traccia.

La prima vera regola di un buon comunicatore è il saper ascoltare empaticamente ciò che l’altro dice.
Come scrive lo psicologo Luca Mazzucchelli, citando un lavoro della dottoressa Silvia Bianconcini, “le sole parole sono insufficienti per esprimersi in modo chiaro e ricco, e quindi [nelle chat] via libera alle emoticon o faccine che dir si voglia.” Dobbiamo renderci conto che “attraverso questi canali facciamo passare molte informazioni, non possiamo concentrarci solo su uno o due dettagli: dobbiamo considerare la comunicazione non-verbale nella sua complessità. In altre parole: non è corretto sostenere che a un singolo gesto corrisponda un singolo stato d’animo, e sempre e solo quello.” Altrimenti “rischiamo di prendere delle cantonate, anche grosse. E magari rischiamo di fare una scenata alla nostra partner perché si sfilava e infilava la fede (perché sul tale libro dicevano che è segno di infedeltà)… quando lei stava solo cercando di vedere quanto le si erano gonfiate le mani col caldo.” (2) Il mio (futuro) collega, conclude il suo intervento con un esempio molto efficace, citando un episodio con annotazione che riguarda lo psicanalista per eccellenza, Sigmund Freud. Una volta chiesero a Freud, accanito fumatore di sigaro, un commento sul significato psicoanalitico del fumare. La sua risposta fu: “A volte un sigaro è solo un sigaro”. Come dire che un discorso a volte sarebbe già chiaro dal suo contenuto se solo avessimo la pazienza di fare la cosa più antica, faticosa e difficile di questo mondo: ascoltare con il cervello.

(1) Un esempio di sito sulla comunicazione che riporta queste cifre è rintracciabile al seguente URL:
http://www.gestioneestudi.com/comunicazione-efficace/7-38-55-terno-secco-su-napoli-perche-no
(2) http://www.luca-mazzucchelli.it/psicobufale/102-lo-psicologo-capisce-il-tuo-carattere-da-come-stai-seduto-sulla-sedia.html

In occasione di un mio studio su un articolo della dott.ssa Sara Mori (3), psicologa, affermai che il termine relazione implica il coinvolgimento di due soggetti o di due elementi; dunque è bidirezionale e correlato all’ambiente circostante, a differenza del termine comunicazione che può contemplare anche la trasmissione unidirezionale delle dati, in questo caso si parla di semplice informazione.
Fondamentali a questo riguardo sono gli elementi di una buona relazione: l’ascolto attivo, l’empatia e il dare fiducia. Per una migliore comprensione di questi elementi possiamo far riferimento l’ambito della relazione d’aiuto.
L’ascolto attivo, con il quale s’intende un ascolto che prova a comprendere attivamente il messaggio portato da un soggetto bisognoso di aiuto e non solo a prodursi in un ascolto passivo del messaggio, è parte fondamentale di una relazione, perché senza ascolto non c’è relazione, ma solo informazione.
Occorre sviluppare, a livello concettuale, l’idea dell’ascolto attivo unendola all’empatia, dando vita ad un fenomeno noto come “ascolto empatico”. Un atteggiamento che unisca l’ascolto attivo, che comporta la comprensione del messaggio di chi porta il bisogno, con la comprensione contemporanea del vissuto emozionale del soggetto.
Come sottolinea la dott.ssa Mori essi sono già strettamente correlati, ma a mio avviso ed in base alla mia modesta esperienza, andrei oltre la stretta connessione e darei vita ad una sintesi di queste componenti.

L’impostazione mentale, la forma mentis di chi si mette in ascolto, non dovrebbe considerare i due aspetti in qualche modo “separati” o da agire in due fasi distinte, ma sarebbe opportuno approcciarsi all’individuo usando entrambi gli aspetti. Praticando sia l’ascolto del bisogno che la comprensione del vissuto emotivo, la richiesta portata dal soggetto “bisognoso” si arricchisce di sfumature che altrimenti potrebbero andare perdute.
Spesso il tempo a disposizione per ascoltare è scarso, molte volte viene mal gestito, perché si pensa che le priorità di chi porta un bisogno siano altre. Questo non vale solamente per le professioni basate sulla relazione d’aiuto, ma anche per i rapporti personali in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro o con i nostri intimi.
L’ascolto empatico permette di ottimizzare i tempi dando l’avvio ad un dialogo, che può costituire l’inizio di quel rapporto di fiducia reciproco che è alla base di una buona alleanza terapeutica o di un felice rapporto personale o professionale.

Sovente pensiamo al soggetto che ci trasmette un messaggio come in qualche modo “slegato” dal bisogno stesso e non comprendiamo che quella necessità è parte di quella persona ed essa s’identifica, almeno parzialmente, con quel bisogno.
Per una persona “sentirsi considerata”, “sentirsi importante”, o meglio ancora “sentirsi accolta” è il fattore chiave che apre le porte dell’io e permette di entrare da una postazione privilegiata o da un’ottica che offre la possibilità uno scambio di feedback positivo con l’interlocutore. Quest’ultimo a sua volta riceve dei riscontri favorevoli al suo dispendio di energie per l’ascolto che è sicuramente molto alto, per poter elaborare e portare a un livello adeguato il saper fare e il saper essere di un individuo.

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Il terzo fattore, da non dimenticare, è il “dare fiducia”. Questa componente s’innesta più facilmente se il campo è coltivato con cura e consente di lavorare su un terreno dialogico che è predisposto a dare buoni frutti.
Grazie all’ascolto empatico che permette di operare con l’utente, è possibile far sì che sia l’individuo stesso a lavorare sui propri bisogni interni.
Si possono attivare risorse ed energie derivanti da un senso di auto-efficacia ed auto-efficienza spesso trascurato. Questo accade perché consideriamo l’auto-efficacia, per lo più nel senso comune, un fattore che non dipende da come noi agiamo su noi stessi, ma da cui dipendiamo in maniera passiva.
Il modo in cui chiediamo aiuto, a chi chiediamo sostegno e come lo offriamo sono infatti calibrati sulla nostra personalità, fatta di elementi positivi e valorizzanti e di elementi negativi e demoralizzanti.

Questi elementi costituiscono un ponte che spesso sentiamo di dover lanciare per andare incontro all’altro. Talvolta accade che, camminando su binari paralleli, due individui non si incontrino mai con le rispettive domande e risposte. Se stabiliscono una rete, permettono lo svilupparsi di sinergie che aiutano gli altri e loro stessi. Si potrà passare da una condizione di turbamento ad una condizione di equilibrio.
Questo permette di riformulare in maniera nuova domande vecchie o scoprire limiti e opportunità prima nascoste o dimenticate. Nel mondo del lavoro, della famiglia e nelle relazioni personali, se riusciamo a non essere isole, ma arcipelaghi in comunione, realizzeremo quella rete di mutuo auto-aiuto che consente di affrontare problemi comuni e personali, condividendo energie e risorse. “Pesando” meno sulle spalle dell’altro è possibile raggiungere l’obiettivo comune di soddisfazione reale dei propri bisogni.

(3) “La relazione d’aiuto” di S. Mori reperibile all’U.R.L. http://www.centrogiusepperomano.it/portal/category-content.html?idc=3

Concludendo questo mio intervento, credo che sia necessario rivedere la nostra comunicazione.
Come? Il processo può essere molto semplice: attivando il flusso di pensiero sprigionato dalle nostre menti, spesso sollecitate da troppe distrazioni per funzionare adeguatamente.
Potremo scoprire come comunicare sia una delle attitudini più naturali per l’uomo e, disponendoci nella condizione di accoglienza reale dell’altro, vedremo emergere sfumature nascoste di una relazione tra soggetti attivi, che sono sempre nuovi e ricchi di significato.
Per quanto ci sforziamo di porre sotto analisi i molteplici aspetti della comunicazione, comprenderemo che la loro varietà, anche nelle forme più semplici, è ben lontana dall’essere esaurita in schemi rigidi e preconfezionati. Emiliano Tognetti.us leo.

L’unico esercizio che posso suggerire è quello di accendere la TV, sintonizzando il canale per circa dieci minuti su un talk show di qualsiasi natura, di spettacolo, politico ecc. e mettersi davanti allo schermo cercando di capire quali sono i luoghi comuni che vengono passati in onda. Scrivere su un foglio gli aspetti che hanno colpito la nostra attenzione, sia per quanto riguarda i contenuti che il linguaggio non verbale, provando a fare un’analisi critica di quello che è emerso.

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Bibliografia

  • Cavazza, N. (2006). La persuasione. Bologna: Il mulino.
  • Di Fabio A., Sirigatti S. (2005). Counseling. Prospettive e applicazioni. Ponte alle Grazie, Firenze.
  • Ferrigolo, A. (2002). Opinioni a mezzo stampa. I quotidiani italiani nell’era del centro destra. Editori Riuniti, Roma.
  • Bianconcini S. (2008). Psicobufale. Dall’anoressia alla zoofobia, come difendersi dalle balle raccontate dai media e continuare a credere nella psicologia. Editore Rizzoli, Milano.

Sitografia • Mazzucchelli L. (2011). Comunicazione efficace e percentuale. Reperibile all’URL: http://www.gestioneestudi.com/category/comunicazione-efficace
• Mori S. (2008). La relazione d’aiuto. reperibile all’U.R.L. http://www.centrogiusepperomano.it/portal/category-content.html?idc=3

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